Quatuor Hêlios
Ensemble de Percussion
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Quatuor Hêlios

Isabelle Berteletti, Jean-Christophe Feldhandler, Florent Haladjian, Lê Quan Ninh

Enregistré au Studio CCAM, Vandoeuvre-Lès-Nancy, France en 1999 | Visuel : Hugo Roussel

Vand'Oeuvre VDO0018


Critique de Ermes Rosina sur le site All About Jazz

Il disco del quartetto Helios , pubblicato dalla Vand'Oeuvre , etichetta legata al Festival Musique Action di Vandoeuvre-lès-Nancy , non ha deluso quanti si attendevano dal complesso - una delle formazioni di vertice della musica contemporanea francese, accanto alle "leggendarie" Percussions de Strasbourg - la conferma delle ottime qualità dimostrate nel precedente lavoro, dedicato alle musiche di John Cage (Wergo 6203-2), accrescendo la curiosità intorno alla prossima uscita monografica, concernente, anch'essa, il compositore americano.
A colpire è, prima di tutto, la grande varietà delle scelte stilistiche e strumentali che caratterizza i quattro brani della raccolta, due dei quali composti da membri del quartetto (precisamente da Jean-Christophe Feldhandler eLê Quan Ninh ) e due da noti autori contemporanei ( Vinko Globokar eToru Takemitsu ).
In D'une Lumière (a nome di Feldhandler) compaiono, oltre a diverse percussioni intonate e oggetti "sonori", un pianoforte ("preparato" e no, sulla falsariga delle indagini iniziate da Cage e da Bartok sulle qualità "percussive" dell'una e dell'altra modalità di impiego dello strumento), una melodica, e, soprattutto, una chitarra elettrica. Quello che potrebbe apparire, secondo una prospettiva preconcetta, l'ennesimo sacrilegio post-modernista perpetrato nell'inviolabile tempio della "classicità", si rivela, invece, un elemento perfettamente inserito nel contesto sonoro complessivo.
I lancinanti timbri della chitarra sfregata e percossa costituiscono il centro gravitazionale intorno al quale si polarizza tutta la composizione: essi generano climax dinamici avvicenti per intensità e "calore", spesso sfocianti in liberatori fortissimo. Nei momenti più quieti, l'orecchio attento può dipanare il minuzioso intreccio intessuto di puntiformi suoni percussivi, percependo come il brano, pur pervaso di energia (sembra pertinente parlare di "rock"), sia, al tempo stesso, costruito con rigore, grazie a un'attitudine compositiva che, pur non temendo il confronto con il rumore, non prescinde aprioristicamente dall'equilibrio strutturale.
Sottolinea lo stesso Feldhandler, nelle note di copertina, come "al contrario del quartetto d'archi, dove il timbro preesiste (anche se può essere esteso in maniera considerevole...) il timbro della percussione non esiste. È in attesa di un immaginario singolare, è un'utopia nel senso letterale del termine: un non-luogo da inventare".
Completamente reinventato (meglio: trasfigurato) in Oscille di Lê Quan (attivo anche nel campo della libera improvvisazione, e non solo, al fianco di nomi come Michel Doneda ,Daunik Lazro ,Butch Morris ,Joelle Léandre ,Peter Kowald ,George Lewis e molti altri) è il suono della percussione: il materiale di base è fornito da pietre intonate, il cui timbro viene trasformato in tempo reale grazie al Lightnings II, un MIDI controller recentemente ideato da Don Buchla .
Fasce di suono elettronico convivono/confliggono con l'evocativa voce del performer Ly Thanh Tiên , declamante un criptico testo nell'antico idioma vietnamita, sapientemente manipolato - e reso ancora più indecifrabile - grazie all'elaborazione elettronica. Senza alcun compiacimento "world music", Lê Quan affronta l'impegnativo tema - oggi tanto in voga, ma non si sa con quale grado di profondità esso venga abitualmente affrontato - del multiculturalismo (che lo coinvolge direttamente, essendo egli franco-vietnamita come Ly Thanh).
Una sensazione di disorientamento acustico e psicologico - l' oscillazione, indicata dal titolo, fra "poesia sonora e poesia antica, fra gesti culturalmente acquisiti e quelli che devono (auto)inventarsi, fra acustica primitiva e sintesi digitale" - viene deliberatamente suscitata nell'ascoltatore attraverso echi, filtraggi, spazializzazione del suono, squarci bruitistici.
Su questi ultimi è impostata, in particolare, l'intera seconda sezione, dove un'apparentemente inerte rumore bianco trascolora nel cupo rombo di aerei militari e un "innocuo" ronzio elettronico diventa, all'improvviso, urlo di sirena, permutato, a sua volta, in allarmate grida umane, quali icastiche metafore di orrori ben noti.
Nella terza sezione è la voce, denudata di ogni valore semantico tramite la sintesi digitale - e ridotta, pertanto, in puro fonema - a liberare la sua pregnanza materica e al tempo stesso misterica, conducendo l'ascolto verso una dimensione intuitivo-emozionale, piuttosto che razionale-cognitiva.
Risulta, in conclusione, perfettamente conseguito l'intento dell'Autore di esplorare il proprio spaesamento, i propri conflitti interiori e di comunicarli all'ascoltatore, lungi da "edonismi sonori" o paludamenti intellettualistici.
Kvadrat di Vinko Globokar (importante compositore e trombonista, oltre che ottimo improvvisatore) si basa su una struttura parzialmente "aperta" alle decisioni degli strumentisti (quanto alla scelta dei materiali e dei suoni/non suoni da impiegare).
Tutto ruota intorno al numero quattro (da cui il titolo): come ci informano le illuminanti note di copertina - altra nota di merito di questo disco - quattro sono gli oggetti sonori da utilizzare (uno in cui soffiare, uno da percuotere, uno da scuotere, uno da sfregare), quattro i substrati "evocatori" (una forma geometrica, una forma mobile, una superficie colorata, una forma vegetale), quattro sono le indicazioni relative ai comportamenti che i musicisti (non semplici "esecutori") seduti schiena contro schiena - e tenuti a scambiarsi la postazione al termine di ciascuna sezione del brano - sono tenuti ad osservare: non tenere conto degli altri, imitare il vicino di destra, quello di sinistra, quello dietro di sé.
Il quartetto mostra, ancora una volta, grande affiatamento e capacità inventiva, non solo e non tanto per le originalissime soluzioni timbriche, ma soprattutto per la coesione che si manifesta di sezione in sezione, anche nei momenti in cui l'indeterminazione raggiunge il grado massimo; una solida e concentratissima essenzialità, infatti, scolpisce tanto le parti più rarefatte, quanto quelle più dense e "rumoristiche", evitando l'ipersaturazione dello spazio e la caduta nel caos incontrollato.
Le questioni (soltanto musicali o anche esistenziali?) poste dal compositore circa il confine fra libero arbitrio e determinismo ("Qual è l'impulso che ci induce a suonare o a non suonare? Siamo stimolati da elementi esteriori? Siamo obbligati a seguire un'informazione piuttosto che un'altra? In definitiva, c'è vera comunicazione fra noi?") ricevono una risposta pacificata e univoca nel conclusivo, brevissimo, canone a quattro voci intonato dai musicisti.
Il disco si conclude con Seasons , austera e affascinante composizione di Toru Takemitsu del 1970: sullo sfondo creato dal fruscio di gong, percussioni ad altezza determinata e altri inquietanti suoni dall'origine non facilmente identificabile, appaiono e si dissolvono stranite voci narranti, inducendo lenti cambiamenti nei climi espressivi (appunto "stagioni").
Il finissimo trattamento timbrico consente all'ascoltatore di assaporare gli interrogativi silenzi ed i colori tenui e sensuali - ma a tratti minacciosi e oscuri - disegnati (senza apparente consequenzialità logica, almeno secondo la nostra percezione occidentale) da sinistri scampanii, glissandi, distorsioni, sibili. Una misteriosa fascinazione poetica - a tratti accostabile, sotto il profilo dell'esito sonoro, piuttosto che su quello delle premesse estetiche, a quella evocata nelle composizioni di Iancu Dumitrescu - emana da questo brano, grazie a interpreti capaci di vivere - e quindi di trasmettere all'ascoltatore - con sensibilità e naturalezza, ogni suono, ogni pausa.
Non resta che lodare, in conclusione, lo spirito autenticamente sperimentale, che spinge un gruppo di eccellenti virtuosi, non appagati dalle proprie capacità tecniche, a esplorare strade nuove o poco battute e a diventare essi stessi compositori. Ci si augura, quindi, di ascoltare anche nel nostro paese un recital del Quartetto Hêlios, fra i cui commissionari occorre menzionare, tra gli altri, George Lewis e Kaija Saariaho .